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DSPR COLLECTIVE
DSPR COLLECTIVE nasce dal desiderio di creare uno spazio per l’arte diasporica. Un collettivo che unisce artisti di seconda generazione in Italia e che parte da esperienze personali per aprire una riflessione più ampia sull’identità, sull’appartenenza e sulle trasformazioni culturali contemporanee.
Crediamo nell’arte come luogo che rende visibili delle ferite storiche, di risonanza interculturale e di partecipazione sociale. Attraverso pratiche inclusive e narrazioni in prima persona, il collettivo lavora per superare modelli eurocentrici e universalisti, restituendo visibilità a voci e sensibilità troppo spesso marginalizzate.
La nostra filosofia si fonda su una rilettura critica delle memorie rimosse e delle relazioni dominio tutt’oggi presenti. Ispirandoci a una visione afro-futurista, in dialogo con il pensiero di Cristina Diop, intrecciamo saperi autoctoni e cosmopoliti per smascherare la violenza simbolica ancora presente nei musei e nelle dinamiche culturali.
Attraverso magazine dedicati agli artisti, ricerche, produzioni, mostre digitali e future esposizioni fisiche, DSPR COLLECTIVE costruisce una rete che mette in relazione passato e presente, memoria personale e collettiva, con l’obiettivo di riscrivere una storia più inclusiva, plurale e condivisa.
La necessità di andare controcorrente
C’è un momento in cui il museo subisce un cambiamento museologico che mette in discussione le funzioni di esso. Ciò accade quando si attuano nuovi diritti, non solo sociali e civili, ma anche culturali ed educativi.
È da qui che nasce la necessità di ripensare il museo: non come spazio neutro, ma come responsabilità pubblica, capace di rispondere a un presente in trasformazione. Negli anni Settanta questa urgenza prende forma nella New Museology. Una disciplina che rifiuta l’idea del patrimonio come oggetto statico e restituisce valore al suo significato simbolico e materiale. Il museo non è più solo custode, ma interprete. Racconta, seleziona, prende posizione.
È qui che il pensiero di Gramsci diventa centrale. L’egemonia culturale non è mai innocente: definisce cosa è visibile, cosa è raccontabile, cosa resta ai margini. Il museo può allora diventare una controcorrente. Un luogo in cui le narrazioni dominanti vengono messe in discussione, dove colonialismo, potere e rappresentazione non sono nascosti, ma interrogati. Quando questo accade, anche ciò che sembrava neutro smette di esserlo: le didascalie, gli inventari, gli allestimenti. Il museo si trasforma in uno strumento capace di agire nel presente. Non più solo educativo, ma sociale, che abbraccia la molteplicità di narrazioni.
Oltre l’arte occidentale: la resistenza culturale
Il panorama artistico si è ampliato sempre di più con le Biennali e le Triennali, che vengono realizzate in aree geografiche che non includono solo l’Occidente. Le esposizioni contemporanee hanno modificato le offerte, le tematiche e le modalità di narrazione. Gli artisti non occidentali attraverso la loro arte, hanno modificato gli interessi di studio. Vediamo infatti un interesse maggiore verso la critica nei confronti dei sistemi che sminuiscono le loro voci, la condizione diasporica, le ricerche storiche non distorte. Le esposizioni permettono di mettere in luce i fenomeni contemporanei non solo artistici, ma anche politici, sociali e culturali.
La mediazione può ridefinire il presente?
La mediazione culturale ha un ruolo di primaria importanza quando si parla di decolonizzazione. Essa serve a costruire nuovi significati nelle opere d’arte e nella memoria sociale. In questo ambito è fondamentale la collaborazione con le comunità locali e le diaspore, che riaffermano la loro posizione cruciale insieme a quella dei curatori e dei mediatori.
In questo modo, l’arte diventa uno spazio di riconoscimento, di confronto e dialogo, fondamentale per uscire dalla rappresentazione della cultura conclusa e per vederla invece come una costruzione dinamica e multivocale. L’arte può essere anche uno strumento per riportare a galla il passato.
“La postura richiesta è riconoscere nelle diverse espressioni del patrimonio e dell’arte, che comprendono e provocano corrispondenze cognitive ed emotive, la potenzialità per elaborare memorie generative, per risemantizzare il dolore e ricomporre fratture. Perché ogni testimonianza vibra in risonanza con le fibre del nostro essere, compresi il disagio, la malattia e la fragilità, in relazione stretta con le nostre variegate tensioni: è ausilio per conoscersi e prendersi cura di sé e di ogni persona.”
Fonte: Silvia Mascheroni e Giovanna Brambilla, Riparare i viventi: musei, memorie, in “Roots & Routes”

Nei confronti delle narrazioni storiche del colonialismo, Cristina Diop parla di riprogrammare il presente attraverso l’evoluzione epistemica che vede i saperi autoctoni uniti a quelli cosmopoliti proiettati verso l’afrotopia, cioè un orizzonte di futuri decoloniali che mettono al centro le diaspore.

Uno spazio per i ragazzi di seconda generazione.
La nostra epoca è caratterizzata da incessanti flussi migratori contrapposti a un fenomeno di rinazionalizzazione, caratterizzato da una perpetua esclusione, dalla violenza strutturale e dalle narrative distorte nei confronti delle minoranze. In questo contesto, i ragazzi di seconda generazione vivono la questione dell’identità come una frattura, un equilibrio instabile tra il bisogno di appartenere e la paura di essere marginalizzati. Molti tendono ad aggrapparsi alla cultura italiana al fine di integrarsi, dimenticando una parte della loro identità. Qual è allora il posto dei ragazzi di seconda generazione?
Rinchiudersi in una categoria non basta per accettare la complessità dell’esperienza individuale. L’identità non è una scelta, ma un percorso in cui tutte le appartenenze coesistono. L’arte può diventare uno spazio in cui valorizzare questi nuovi mondi, in cui vengono messe in discussione le nostalgie eurocentriche e si smantellano le eredità coloniali.
